Advice Culture: che abbiamo fatto di male per meritarcela?

Avere un canale di comunicazione personale tramite il proprio profilo social ha scatenato nel tempo le reazioni più disparate. Reazioni che sempre più partono dai social e si riversano poi nelle nostre relazioni reali. E tra tutte quelle che ho notato, quella che va per la maggiore è la tendenza ad ammorbare il prossimo con informazioni e consigli non richiesti.
È quella che viene definita “Advice Culture”, che probabilmente é la nostra punizione per non aver ben definito cosa si intende per “era dell’informazione”. Becchiamoci quindi questi micro-influencer o aspiranti tali che ci dicono come vestirci e come comprare le loro stesse cose. Facciamoci dire di che creme e prodotti abbiamo bisogno. Sorbiamoci anche tutte le pause dallo studio o dal lavoro spese malissimo a guardare inutili sproloqui su Instagram di chi ci offre informazioni che avremmo potuto tranquillamente cercare su Google se solo avessimo voluto. Se un’informazione non ci interessa, la ascoltiamo per inerzia comunque, e soprattutto dalla bocca di chi non è neanche così esperto. Mi sono accorta sempre di più di non ascoltare gente che mi racconta sui social un’esperienza personale o qualcosa di interessante: storia dopo storia, post dopo post, articolo dopo articolo cercano di propinarmi incredibili soluzioni ai problemi che non sapevo di avere o prodotti di cui sicuramente non ho mai sentito parlare e invece loro sì perché ne sanno sempre più di te su tutto. Non mi consigliano ma mi impongono il prodotto che mi salverà dall’acne, dai capelli crespi, dal mio modo sbagliato di vestirmi o truccarmi.
Non mi riferisco a chi offre contenuti reali: considero molto utili i profili di chi fa vero storytelling, chi mi offre idee interessanti e mi informa su cose che non so. Mi piace conoscere nuovi posti, o nuovi prodotti o anche solo sapere cosa pensa qualcuno che stimo ma non conosco personalmente.
Parlo di chi parte dalla convinzione di sapere tutto solo perché ha fatto qualcosa o ha letto qualcosa prima di me. Peccato che però quello che hanno fatto o letto non sempre mi interessa. Ne vengono fuori post sui social o sui blog scritti da chi pur di parlare a vanvera o scrivere di qualcosa offre contenuti assolutamente irrilevanti: parlano di cose che non ci interessano, consigliano prodotti senza saperne nulla, spacciano opinioni personali per verità universali legittimati dalla scusa di “in tanti mi avete chiesto”.
Se si nota una volta, è impossibile non vederlo ovunque.
Tempo sprecato per nulla? Per alcuni è un lavoro, che però si basa sulla fiducia: nel momento in cui un influencer mi consiglia qualcosa di non valido, smetterò di seguirlo. Altri vogliono imporre il proprio punto di vista su ogni cosa, vogliono essere d’ispirazione per gli altri, ma solo perché vige la regola “se in tanti la pensano come me, ho ragione”. Altri ancora invece lo fanno perché “se lo fa lui/lei, posso farlo anche io”: imitano nell’errata convinzione che chi fa questo mestiere non sia bravo a prescindere, e che loro saprebbero farlo meglio.
Un advice non richiesto all’advice culture? Tanto che male può fare un consiglio in più o uno in meno? Vi siete dimenticati del feedback!! Perché va bene dare consigli non richiesti (contenti voi…) ma perché non ascoltare chi è dall’altra parte, i “followers”?
Oliver Bukerman sul The Guardian ha scritto:

“Ecco un vero consiglio d’oro: diffidate da chiunque vi offra un vero consiglio d’oro”.

Ecco, appunto.

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Scrivo, traduco e pratico il binge-watching a livello agonistico. Ho un’incredibile memoria fotografica, ma funziona solo per roba poco utile.

2 risposte a "Advice Culture: che abbiamo fatto di male per meritarcela?"

    1. Articolo molto interessante.Quello che si dovrebbe fare, a mio avviso, è di trainare il lettore verso una coscienza e conoscenza informatica, rimuovendolo dall’oblio della disinformazione che ci perseguita ogni giorno.È una strada dura,ma la vedo ancora possibile.

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